L’autoregolazione è una competenza fondamentale nei percorsi di apprendimento. Ricordo due insegnanti che parteciparono allo stesso corso di formazione sulle metodologie attive. Erano nella stessa aula, ascoltarono gli stessi contenuti, svolsero le stesse attività e ricevettero gli stessi feedback. Qualche mese dopo, mi accorsi che uno dei due aveva modificato in profondità il proprio modo di lavorare in classe. L’altro, invece, continuava a fare, con le migliori intenzioni, esattamente ciò che faceva prima.
La spiegazione più immediata è che il primo fosse più motivato, o più competente. Nella mia esperienza di formatrice, però, raramente è questo il punto. La differenza si gioca su una competenza che compare raramente nei programmi ufficiali dei corsi, eppure influenza in modo decisivo il modo in cui impariamo, insegniamo e lavoriamo: l’autoregolazione.
Una competenza che agisce dietro le quinte
Quando si pensa alle competenze professionali, vengono in mente conoscenze, abilità tecniche, esperienza accumulata. Nella pratica quotidiana, tuttavia, ciò che determina l’esito di un percorso di apprendimento è spesso altro: la capacità di gestire le proprie emozioni davanti a un imprevisto, di non vivere un’osservazione critica come un giudizio sulla propria persona, di continuare a lavorare a un obiettivo anche quando i risultati tardano ad arrivare.
Quell’episodio non è un caso isolato. È una dinamica che osservo con regolarità nel lavoro individuale con insegnanti e formatori: la difficoltà che una persona incontra, raramente riguarda solo il “cosa fare in classe”. Più spesso riguarda il modo in cui quella persona gestisce la propria attenzione, le proprie emozioni, la propria motivazione di fronte alla complessità del lavoro quotidiano.
L’autoregolazione è proprio questo: la capacità di orientare ciò che pensiamo, proviamo e facciamo verso un obiettivo, anche quando il percorso si complica. Non significa reprimere le emozioni, né possedere una forza di volontà fuori dal comune. Significa conoscere il proprio funzionamento e disporre di strategie efficaci per affrontare le difficoltà quando si presentano.
Perché se ne parla sempre di più
Negli ultimi anni la ricerca educativa e psicologica ha dedicato un’attenzione crescente alle competenze autoregolative. Il motivo è riconducibile a un cambiamento reale nel modo in cui lavoriamo: nuove tecnologie, nuovi strumenti, nuove modalità organizzative rendono l’apprendimento continuo una condizione strutturale del lavoro, non più un’opzione.
È in questa cornice che si colloca LifeComp, il framework della Commissione Europea dedicato alle competenze personali, sociali e alla capacità di imparare a imparare. Tra le nove competenze individuate figura l’autoregolazione, definita come la capacità di riconoscere, comprendere e gestire emozioni, pensieri e comportamenti per perseguire i propri obiettivi, mantenere il benessere e adattarsi al cambiamento.
Detto in altri termini: prima ancora di imparare qualcosa di nuovo, è necessario essere in grado di gestire se stessi nel processo di apprendimento.
Che cosa aggiunge il Social and Emotional Learning al modello LIFECOMP?
Se LifeComp indica che l’autoregolazione è una competenza chiave, il modello del Social and Emotional Learning (SEL), sviluppato dal CASEL (Collaborative for Academic, Social and Emotional Learning), aiuta a comprenderne la composizione interna. Nel modello CASEL, autoregolarsi comprende
- il riconoscimento e la gestione delle proprie emozioni,
- la capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti,
- il mantenimento di autodisciplina e motivazione nel tempo,
- la definizione di obiettivi realistici e la capacità di pianificare le azioni necessarie a raggiungerli,
- la perseveranza quando il risultato non arriva subito,
- e ciò che in letteratura viene chiamato agency: la percezione di poter incidere sulla realtà attraverso le proprie scelte.
Non si tratta di competenze aggiuntive rispetto a quelle tecniche o disciplinari. Sono le competenze che permettono di utilizzare efficacemente tutte le altre.
Quando l’autoregolazione diventa visibile: il momento della difficoltà
Una classe sperimenta per la prima volta un’attività cooperativa. Dopo pochi minuti, emergono le prime difficoltà: qualcuno prende il controllo del gruppo, qualcun altro si tira indietro, qualcuno si irrita perché gli altri non seguono le sue proposte.
La lettura più immediata attribuisce tutto a una scarsa capacità di collaborare. In realtà, prima ancora delle competenze sociali, sono le competenze autoregolative a entrare in gioco: chi riesce a fermarsi prima di reagire impulsivamente, chi è in grado di ascoltare un punto di vista diverso dal proprio, chi si accorge che la propria strategia non sta funzionando e la modifica, chi continua a lavorare quando il gruppo incontra un ostacolo. La qualità della collaborazione dipende in larga misura dalla qualità dell’autoregolazione dei suoi membri.
Lo stesso vale nella formazione degli adulti, e in particolare nel lavoro con insegnanti e formatori. Un feedback critico ricevuto durante un percorso di affiancamento, un’attività complessa, una simulazione che mette in discussione certezze consolidate: sono tutte occasioni in cui diventa osservabile come una persona regola le proprie emozioni, la propria motivazione, il proprio comportamento. È esattamente in questi momenti — non nella teoria, ma nella pratica concreta del lavoro d’aula — che nel supporto individuale a docenti e formatori si può intervenire con maggiore efficacia: non insegnando “tecniche” astratte, ma aiutando la persona a riconoscere ciò che sta accadendo mentre accade.
Una competenza che si può allenare
L’autoregolazione non è un tratto innato. Non esistono persone predisposte e persone incapaci di autoregolarsi: come molte competenze, può essere sviluppata attraverso esperienze progettate con questo obiettivo.
Concretamente, questo significa imparare a fermarsi prima di reagire, riconoscere l’emozione che si sta provando in quel momento, chiedersi quale obiettivo si vuole realmente raggiungere, valutare se la strategia in uso sta funzionando o va rivista, accettare l’errore come parte integrante del processo di apprendimento piuttosto che come una minaccia da evitare. Sono abilità che raramente vengono insegnate in modo esplicito nei percorsi di formazione tradizionali, eppure sono quelle che separano un apprendimento superficiale da un cambiamento che dura nel tempo.
Nel lavoro individuale di coaching con un insegnante, questo si traduce spesso in un percorso che parte da situazioni molto concrete — una classe difficile da gestire, un collega con cui il confronto si è irrigidito, la sensazione di non riuscire più a stare al passo con i cambiamenti richiesti dalla scuola — per arrivare, gradualmente, a rendere visibili le strategie personali che la persona sta già usando, spesso senza saperlo, e a individuare quali di queste sostenerla e quali invece rivedere.
Come educare all’autoregolazione
Quando entra in gioco l’autoregolazione, il compito di chi forma o accompagna non è insegnare a controllare le emozioni. È qualcosa di diverso e più articolato: significa progettare esperienze che rendano visibili i processi di apprendimento, dedicare tempo al debriefing dopo un’attività, chiedere non solo che cosa è stato appreso ma anche come è stato affrontato il compito, aiutare le persone a riconoscere quali strategie hanno funzionato e quali andrebbero riviste, trasformare il feedback in un’occasione di riflessione condivisa e non soltanto in una valutazione.
In questo modo l’apprendimento smette di riguardare solo i contenuti trasmessi, e comincia a riguardare anche il modo in cui ciascuno impara — un livello che, nella mia esperienza, è spesso quello che fa la differenza reale nel lungo periodo, sia in aula con gli studenti sia nel lavoro quotidiano di un docente o di un formatore.
La competenza che sostiene tutte le altre
Le competenze tecniche restano indispensabili. Le metodologie didattiche attive sono preziose. Le tecnologie possono ampliare in modo significativo le opportunità di apprendimento. Tutto questo, però, rischia di produrre risultati limitati se le persone non sviluppano la capacità di dirigere il proprio apprendimento.
L’autoregolazione resta una competenza in gran parte invisibile proprio perché agisce dietro le quinte: non compare quasi mai nei curricoli formali, ma sostiene la motivazione, alimenta la perseveranza, rende possibile la riflessione e, in definitiva, il cambiamento professionale duraturo.
La domanda che vale la pena porsi, alla fine di un percorso formativo, non riguarda tanto quanto una persona abbia imparato in quel momento, ma quanto sarà in grado di continuare a imparare in autonomia, una volta terminato il corso.
Se riconosci questa dinamica nel tuo lavoro quotidiano in classe — la sensazione di applicare strategie corrette senza vederne i risultati sperati, o la difficoltà a gestire situazioni che si ripetono — il supporto individuale per docenti e formatori nasce proprio per lavorare su questo livello, a partire da casi concreti.
FAQ
Che cos’è l’autoregolazione?
È la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni, i pensieri e i comportamenti per perseguire un obiettivo, mantenere il proprio benessere e adattarsi ai cambiamenti. Secondo il framework europeo LifeComp, è una delle competenze personali fondamentali per l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita.
L’autoregolazione è una caratteristica innata o si può sviluppare?
Non è un tratto fisso della personalità. Come altre competenze, si sviluppa attraverso esperienze pensate per allenarla: momenti di pianificazione, gestione dell’errore, revisione delle proprie strategie e riflessione guidata su ciò che si è vissuto.
Che relazione c’è tra autoregolazione e Social and Emotional Learning (SEL)?
Il modello SEL, sviluppato dal CASEL, descrive nel dettaglio le componenti dell’autoregolazione: gestione delle emozioni, capacità di affrontare lo stress, autodisciplina, definizione di obiettivi realistici, perseveranza e senso di agency. LifeComp indica che l’autoregolazione è una competenza chiave; il SEL aiuta a comprenderne la struttura interna.
Perché l’autoregolazione è importante anche per gli insegnanti, non solo per gli studenti?
Perché la qualità dell’insegnamento dipende in larga parte da come un docente gestisce le proprie emozioni davanti a un imprevisto in classe, un feedback critico, o un cambiamento organizzativo. Le stesse dinamiche osservate negli studenti si ripropongono, spesso in forma più sottile, negli adulti.
Come si allena concretamente l’autoregolazione in un percorso di formazione o di coaching individuale?
Attraverso situazioni reali che chiedono di pianificare, decidere in condizioni di incertezza, gestire un errore e modificare una strategia che non sta funzionando. Il ruolo di chi accompagna il percorso è aiutare la persona a rendere visibili le proprie strategie, spesso già in uso ma non riconosciute, per rinforzarle o rivederle.
A chi è utile un lavoro specifico sull’autoregolazione?
È particolarmente utile a insegnanti e formatori che si trovano a ripetere strategie corrette senza ottenere i risultati sperati, o che faticano a gestire situazioni che si ripresentano nel tempo — segnali che spesso indicano una difficoltà a livello di autoregolazione più che di competenza tecnica

